ambiente

Standard più severi per dare patenti di Esg ai prodotti finanziari – Prof. Bruno su Il Sole 24 ORE

I fondi Esg (Environmental, Social and Governance) hanno raggiunto centralità nel sistema economico mondiale: ad oggi non si può fare a meno della finanza sostenibile. Questi strumenti sono pensati per indirizzare i capitali verso attività che generino plusvalenze economiche senza gravare negativamente sulla società e sull’ambiente. La nuova proposta presentata dalla European Commission il 6 luglio scorso tenta di ovviare ad alcune criticità di questo strumento finanziario, introducendo criteri a cui gli emittenti potranno aderire su base volontaria: un importante passo avanti che non riesce però a risolvere definitivamente le problematiche sul tema. Su Il Sole 24 ORE il contributo di Francesco Bruno, Ordinario di Diritto ambientale e Founding Partner di B – Società tra avvocati.  Per leggere l’intero articolo clicca qui

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Dall’era della sostenibilità a quella della riconversione. L’analisi del prof. Francesco Bruno su La Stampa

Sul quotidiano La Stampa, le riflessioni di Francesco Bruno, professore ordinario di diritto ambientale all’Università Campus Bio-medico di Roma e partner dello studio legale internazionale Pavia e Ansaldo. “In questo periodo di incertezza post covid-19 si sta passando velocemente dall’era della “sostenibilità” a quella della “riconversione” delle attività produttive. L’inquinamento del suolo e del sottosuolo, i cambiamenti climatici, la limitazione della quantità e qualità delle risorse idriche non connoteranno più la nostra società come effetti indesiderati ma tollerati, in quanto esternalità negative dell’attività di impresa. C’è stata una forte accelerazione. Il diritto alla preservazione dell’ambiente, in quanto tutela della salute, è sentito oramai da tutti noi un diritto fondamentale della persona. Per rendersi conto di questo passaggio – dal punto di vista della politica del diritto ambientale – epocale, è sufficiente guardare ai segnali che provengono dall’Europa e contestualizzarli nel quadro giuridico esistente, a partire dal green new deal annunciato dalla Presidente della Commissione Europea prima dell’avvento del virus, pertanto in un momento tutt’altro che emergenziale”. “Sottesa a questo mutamento di politica europea, sembrerebbe esserci una rinnovata concezione del rapporto tra uomo e natura, che si presenta come un difficile equilibrio tra le due tipologie di “libertà” (nella accezione di I. Berlin, Due concetti di Libertà, Milano, 2000): la libertà “di” (esercitare attività imprenditoriali); la libertà “da” (l’inquinamento provocato da queste). L’una limita l’altra, ma creando un sistema in assoluto equilibrio. In un periodo in cui la competizione geoeconomica e degli assetti istituzionali assume connotati determinanti, la specifica criticità italiana è forse da addebitare alla necessità di ridisegnare l’intervento pubblico statale (che dovrà distribuire le risorse europee incentivando progetti virtuosi), attraverso una nuova combinazione dei rapporti pubblico-privati, tesi a governare in una struttura mista sia il territorio, che la capacità di impiego delle diverse risorse dello stesso. Centrale è l’applicazione della sussidiarietà in senso orizzontale tra Stato e regioni, che non mortifica l’iniziativa economica; anzi, la indirizza verso gli obiettivi della crescita del prodotto interno lordo. Tuttavia, se si dovessero considerare le esperienze (senza andare troppo lontano) degli ultimi decenni dell’intervento pubblico in economia, non si può non essere consapevoli che il rischio di perdere il treno della riconversione del nostro tessuto produttivo in modo da renderlo innovativo, ecocompatibile e competitivo è davvero alto”. Qui per leggere l’articolo integrale.

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Made in Italy, sicurezza e inclusione delle pmi: così ripartirà l’agroalimentare. Sul Sole 24 Ore l’analisi dei prof. Francesco Bruno e Laura De Gara

Le riflessioni della professoressa De Gara e del prof. Bruno sono state presentate nel corso del webinar «Il settore alimentare e la sfida del post emergenza Covid19» “È necessario stabilire una nuova politica di settore che consenta di fronteggiare le sfide cruciali per l’intero sistema economico nazionale dopo l’avvento dell’emergenza sanitaria. Le imprese agroalimentari hanno bisogno di un serio apporto delle istituzioni a livello regionale, nazionale e internazionale: la tradizione gastronomica e culinaria globalmente riconosciuta, il Made in Italy, può ancora giocare una partita vincente. La ripresa passerà da due fronti: l’integrità della filiera e la preservazione della salute dei lavoratori“. È il messaggio lanciato sul quotidiano Il Sole 24 Ore dalla professoressa Laura De Gara, Preside della Facoltà di Scienze e tecnologie per l’uomo e l’ambiente dell’Università Campus Bio-Medico di Roma, e dal professor Francesco Bruno,  professore ordinario di Diritto alimentare presso Università Campus Bio-Medico di Roma e partner dello studio legale internazionale Pavia e Ansaldo. Qui per leggere l’intervento integrale.

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Quali sono le misure previste dall’European Green Deal? Sky TG24 intervista il prof. Francesco Bruno

Intervistato da Sky TG24 Business, il professor Francesco Bruno, docente di Diritto Ambientale all’Università Campus Bio-Medico di Roma e partner dello studio legale internazionale Pavia e Ansaldo, spiega le misure previste dal “European Green Deal“, annunciato nei giorni scorsi dalla presidente della Commissione Ue. Tra le proposte, la neutralità climatica entro il 2050 e un fondo da 100 miliardi di euro per una transizione equa. (23 dicembre 2020)

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L’European Green Deal è una scommessa. Prof. Francesco Bruno su Fortune Italia

Ursula von der Leyen, presidentessa dell’esecutivo Ue ha lanciato l’European Green Deal, contenente piani e obiettivi della rivoluzione verde che è nei progetti di Palazzo Berlaymont: «Da un lato c’è la nostra visione per un continente climaticamente neutro per il 2050 e dall’altro una roadmap interamente dedicata, che prevede 50 azioni». Su Fortune Italia, Francesco Bruno, docente di Diritto ambientale al Campus Biomedico di Roma e partner dello Studio Internazionale Pavia & Ansaldo, commenta la notizia e analizza le misure contenute nella manovra, auspicandosi che “questa sia l’occasione di ridare dignità alle singole persone “umane” (tutti noi) danneggiate da condotte che non hanno considerato che l’ecosistema ha un valore inestimabile, anzi ogni suo “frammento” ha un valore inestimabile, un valore “esistenziale” più che “biologico”, che intacca la nostra cultura e la nostra storia e si collega alla liberta di agire senza essere danneggiati a “casa” nostra”. “La speranza – prosegue Bruno –  tuttavia è che ciò non si fondi su una visione ecocentrica del rapporto tra uomo e ambiente, ma antropocentrica, in cui è l’essere umano ad essere il “soggetto” destinatario dei (potenziali) benefici delle politiche pubbliche. Senza che la natura abbia un valore in “sé”. Qui l’intervento integrale.

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Ex Ilva e scudo penale. Il Fatto Quotidiano intervista il prof. Francesco Bruno

Il 27 giugno, dopo l’ok del Senato, il “Decreto Crescita, è diventato legge. Tra le novità introdotte, la norma che prevede l’eliminazione dell”immunità penale e amministrativa del commissario straordinario, dell’affittuario o acquirente dell’Ilva di Taranto, dal 6 settembre 2019. Infiamma la polemica. Sul Fatto Quotidiano, il giornalista Marco Palombi intervista il professor Francesco Bruno, docente di Diritto Ambientale all’Università Campus Bio-Medico di Roma e partner dello studio legale internazionale Pavia e Ansaldo: “Arcelor Mittal teme che, senza ‘l’esimente penale’ volgarmente detto ‘scudo’, i pm metteranno manager e azienda sotto inchiesta. Un timore non del tutto ingiustificato, secondo Francesco Bruno, docente di diritto ambientale all’Università Campus Bio-Medico di Roma e avvocato dello studio legale internazionale Pavia e Ansaldo. Il problema è che sullo ‘scudo’ pende giudizio di costituzionalità su ricorso del gip di Taranto (la sentenza è attesa a ottobre): «Se l’esimente viene interpretata come se riguardasse condotte future è chiaro che la Consulta non potrà che dichiararla incostituzionale – spiega il giurista -. Il caso è diverso se, ed è la mia interpretazione, riguarda invece le condotte passate e il loro effetto sulla gestione degli impianti, tanto più se – come sostiene l’azienda – l’esimente è contenuta nell’accordo tra governo e Mittal. Mi spiego: Mittal a Taranto, senza esimente penale, potrebbe essere indagata, ad esempio, per inquinamento o omessa bonifica anche durante l’attuazione del Piano Ambientale. L’accordo di vendita e anche la legge, però, prevedono che l’ambientalizzazione avvenga mentre l’acciaieria è in funzione». L’incombere della Consulta è quel che rende ancor più confusa la situazione: la continuità aziendale ha certo i suoi diritti, ma come la Corte ha già detto nel 2018 il legislatore non può tutelare la produzione violando”i diritti inviolabili legati alla tutela della salute e della vita”. Ecco, in questo dibattito vita e salute non sono citate quanto dovrebbero”. Qui per leggere l’articolo completo.

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Chiusura traforo Gran Sasso. Sul Centro l’opinione del prof. Matteo Benozzo

Sul quotidiano Il Centro, l’intervento del professor Matteo Benozzo, docente di Diritto ambientale all’università di Macerata e partner dello studio legale Pavia e Ansaldo, sulle ragioni che avrebbero portato alla chiusura del traforo del Gran Sasso da parte di Strada dei Parchi e sulle possibili soluzioni per scongiurarne tale estrema soluzione. Qui per leggere l’intervista completa.

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Roma, 12 giugno: “Food Safety Day – Focus on Africa”. Il programma completo

Un’intera giornata dedicata alla sicurezza alimentare, alla protezione dell’ambiente e allo sviluppo sostenibile in Africa. Il prossimo 12 giugno a Roma, presso la sede dell’Associazione Civita (Palazzo Generali, Piazza Venezia 11), si terrà il convegno “Food safety, environmental protection and sustainable development: new opportunities and business for institutions and Italian companies“, organizzato dallo Studio legale internazionale Pavia e Ansaldo, da Confindustria Assafrica & Mediterraneo e dall’Università Campus Bio-Medico di Roma. Un vero e proprio “Food Safety Day”, con focus sull’Africa. L’appuntamento sarà anche l’occasione per cogliere a pieno le opportunità di business per le aziende e le istituzioni italiane nel continente africano e vedrà la partecipazione di esperti di levatura internazionale, tra docenti universitari, avvocati, imprenditori e rappresentanti istituzionali. Alle ore 9 sono previsti gli indirizzi di saluto di Raffaele Calabrò (Università Campus Bio-Medico di Roma) e Pier Luigi D’Agata (Confindustria Assafrica & Mediterraneo). Al primo panel (9.45), intitolato “Regulatory Environment: international law between food safety and food security – Case studies” e moderato da Laura De Gara (Università Campus Bio-Medico di Roma) e Francesco Bruno (Studio Pavia e Ansaldo), partecipano Hilde Kruse (Senior Food Standards Officer FAO), Annalisa Zezza (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria – CREA), Roberto Menta (Ferrero) ed Emanuele Marconi (Università degli Studi del Molise e Università Campus Bio-Medico di Roma). Alle 11.30 il secondo panel (“Business Forum: the nexus of water, energy, food security and business opportunities”) con la moderazione di Diego Barba (Università Campus Bio-Medico di Roma) e interventi di di Luigi Scordamaglia (CEO of Inalca and President Federalimentare), Damien Valente (CEO of Africa Power Technology), Andrea Romano (Uniafrica), Kristie Wilson-de Groot (Group de Clermont) e Pierluigi Sassi (Groupe Roullier Zone Italie).La sessione mattutina si conclude alle 12.45 con i saluti di Bishop Sánchez Sorondo (Pontifical Academy of Sciences). La sessione pomeridiana si apre alle 14.30 con il terzo panel intitolato “Finance for sustainable development”. Modera Mario Di Giulio (Studio Pavia e Ansaldo) e intervengono Salvatore Rebecchini (SIMEST), Antonella Baldino (Cassa depositi e prestiti), Mauro Bombacigno (Head of Engagment BNP Paribas Italia), Renato Panichi (Standard & Poor’s Senior Director Corporate Ratings), Roberto Ridolfi (Special Advisor on Strategy and Financing Development of FAO – SDGs) e Cosimo Pacciolla (Legal Manager Q8). Alle 16 il quarto panel, dal titolo “Renewable energies in the fight against climate change to promote food system sustainability”, con la partecipazione di Felice Zaccheo (Head of Unit Sustainable Energy and Climate Change at DG International Cooperation and Development, European Commission), Ruggero Aricò (Enel Green Power), Riccardo Ridolfi (CEO of Equatorial Power) e Damien Valenti (CEO of Africa Power Technology). Alle 17 Osvaldo Lingua (Ferrero) presenta alcuni dei principali “Case Studies”. In conclusione del convegno, Tiziana Bernardi (presidente Golfini Rossi Onlus) presenterà il “Progetto Tanzania” (“A school to fight malnutrition”). I lavori si concludono alle 18 con la premiazione dei due migliori studenti dell’Università Campus Bio-Medico che hanno partecipato al progetto. Qui il programma completo.

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Sul quotidiano Il Foglio, l’intervista al prof. Francesco Bruno sul sequestro del polo petrolchimico di Siracusa

  Da Il Foglio – 3 agosto 2017 Alcuni giorni fa, i tre impianti di raffineria più importanti in Italia sono stati posti sotto sequestro preventivo dalla magistratura con l’accusa di inquinamento ambientale. Si tratta degli stabilimenti che compongono il polo petrolchimico di Siracusa: uno di proprietà della Esso, che fa capo alla multinazionale ExxonMobil, e gli stabilimenti Isab Nord e Isab Sud che invece sono di proprietà dei russi di Lukoil. Gli impianti lavorano circa 20 milioni di tonnellate di petrolio all’anno, dando lavoro a duemila persone, più – si stima – altre duemila persone di indotto. I magistrati della procura di Siracusa avrebbero accertato un “significativo contributo al peggioramento della qualità dell’aria dovuto alle emissioni degli impianti”, chiedendo e ottenendo per questo motivo dal gip il sequestro preventivo di tutto il polo, condizionando la possibilità di continuare la produzione all’adempimento di alcuni interventi di tipo ambientale. Il gip ha dato quindici giorni di tempo alle società per decidere se aderire alle prescrizioni contenute nel provvedimento di sequestro, prendere o lasciare. Se le aziende decidessero di non aderire potrebbero arrivare i sigilli e il blocco degli impianti. Presunto inquinamento ambientale, sequestri preventivi, grancassa mediatica, rischio per l’impresa di chiudere i battenti. Il copione è noto, anche se sono meno noti i risvolti causati da queste inchieste sulla vita delle imprese, strozzate da imposizioni ambientali che poi, a distanza di anni, spesso si rivelano infondate, e basate in alcuni casi più su ragioni ideologiche pseudo-ambientaliste che su dati scientifici. Basta poco per far scattare il “caso”: la protesta di un comitato cittadino, una campagna indignata sui social network, il passaparola malizioso della piazza. Subito interviene la magistratura. “L’uso delle misure cautelari, come il sequestro preventivo, è diffusissimo nei casi di presunto inquinamento”, nota Francesco Bruno, tra i massimi esperti di diritto ambientale in Italia, docente all’Università La Sapienza e all’Università Campus Bio-Medico di Roma. “Il problema è che in questi casi le imprese sono tenute completamente all’oscuro: nel momento in cui la misura cautelare è emessa, l’impresa viene a sapere del blocco all’impianto e non vi è alcuna possibilità di aprire un confronto fra l’impresa e la magistratura sulla definizione delle attività che dovranno essere effettuate per non nuocere all’ambiente. Le imprese si ritrovano improvvisamente di fronte all’impossibilità di proseguire l’attività, con tutti i rischi che ne conseguono sul piano dell’occupazione”. Una situazione di strapotere della magistratura che non ha eguali nei paesi più sviluppati, in particolar modo negli Stati Uniti: “Mentre in Italia – prosegue Bruno – sul piano della tutela dell’ambiente esiste un’organizzazione istituzionale frazionata e suddivisa fra vari livelli, tra governo centrale, regioni e comuni, con sovrapposizioni e contrasti, negli Stati Uniti esiste un’unica agenzia indipendente, l’Environmental Protection Agency (Epa). Nel caso in cui dovesse emergere una presunta violazione delle norme ambientali, l’Epa avvia una procedura aperta, pubblica, trasparente e di confronto diretto con l’impresa. In virtù di quanto previsto dal Freedom of Information Act (Foia), l’agenzia ha l’obbligo di negoziare con l’imprenditore gli obiettivi degli adeguamenti ambientali e di informare i cittadini su tutto ciò che avviene nel corso del procedimento. E’ una procedura molto più flessibile che consente all’imprenditore di potersi adeguare alla normativa tecnica”. Insomma, negli Stati Uniti l’impresa sospettata di inquinamento non si trova improvvisamente schiacciata da imposizioni calate dall’alto dalla magistratura, spesso basate su una dubbia conoscenza scientifica della materia, ma si trova di fronte una procedura che prevede trasparenza, efficienza e certezza del diritto. “Trasparenza perché il Foia impone procedure aperte, in cui è sufficiente andare sul sito dell’Epa per sapere tutto ciò che avviene in maniera molto chiara. Efficienza perché l’Epa è estranea a una cultura e a un’organizzazione burocratica, e ha una struttura molto più snella e veloce della Pubblica amministrazione. Certezza del diritto perché c’è la possibilità di confrontarsi sull’applicazione delle misure tecniche e l’impresa è maggiormente tutelata rispetto all’adozione di possibili misure cautelari. La magistratura potrebbe entrare in gioco solo in un secondo momento, quando però le misure cautelari hanno ormai perso di senso, anche perché è la stessa Epa che può intervenire attraverso delle misure sospensive dell’attività produttive nel caso l’impresa si negasse al confronto”, spiega Bruno. Quel che l’Italia dovrebbe imparare Un modello replicabile in Italia? “Il nostro ministero dell’Ambiente ha già un organo tecnico, l’Ispra, che però è soltanto un ente di coordinamento delle varie agenzie regionali per la protezione dell’ambiente. Bisognerebbe costituire un’agenzia indipendente modello Epa, con propri poteri regolatori e anche sanzionatori, con cui le imprese possano dialogare per risolvere ogni controversia di carattere ambientale. In questo modo si fornirebbero anche le linee guida importanti ai consulenti tecnici delle procure e degli uffici dei tribunali, che a quel punto avrebbero indicazioni autorevoli a cui difficilmente potrebbero sottrarsi”. In attesa che tutto ciò avvenga, la nostra giustizia lenta, sommaria e mediatica disincentiva gli investimenti dall’estero. In un convegno di qualche settimana fa sul rapporto tra giustizia e imprese, Simone Crolla, consigliere delegato della Camera di commercio americana in Italia, ha riportato un dato allarmante: “Fatto cento lo stock degli investimenti Usa nel mondo, l’Italia attira solo lo 0,8 per cento del totale”. Cioè niente. Visione confermata da Francesco Bruno per la sua esperienza di avvocato nell’importante studio legale internazionale Pavia e Ansaldo: “La prima cosa che chiedono gli investitori statunitensi, o comunque stranieri, è se sono salvaguardati dal punto di vista della materia giuslavoristica, la seconda è se lo sono sul piano della normativa ambientale, ormai considerata come un costo non preventivabile. La mancanza di certezza del diritto comporta una mancanza di certezza rispetto a possibili risvolti giudiziari”. “Nel corso della mia esperienza – aggiunge Bruno – ho spesso dovuto raccogliere l’incredulità degli interlocutori americani rispetto a procedure, tempistiche e normative italiane”. Un esempio? “Una delle multinazionali più grandi al mondo ha una serie di procedure ambientali aperte in Italia. Il gruppo voleva investire nella bonifica di un’area, ma la procedura è stata bloccata perché l’impianto era collocato all’interno di un sito di interesse nazionale, che nel frattempo, attraverso un provvedimento nazionale, è stato

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Intervista al prof. Bruno sul Giornale di Sicilia sul sequestro del polo petrolchimico a Siracusa

    Da Il Giornale di Sicilia – 22 luglio 2017   Lo spettro della chiusura degli impianti è lontano, mentre i provvedimenti cautelari richiedono solo gli interventi necessari a rendere ecocompatibile la produzione del petrolchimico di Siracusa. Lo spiega il professor Francesco Bruno, avvocato dello studio legale Pavia e Ansaldo e docente di diritto ambientale presso l’Università La Sapienza di Roma e l’Università del Molise. Professore, cosa accade a Siracusa? Il provvedimento emesso dalla magistratura è un sequestro condizionato: la Procura ha sequestrato l’impianto condizionando la possibilità di continuare la produzione all’adempimento di alcuni interventi di tipo ambientale. Dei tecnici della magistratura hanno rilevato nelle loro perizie dati dai quali si evincerebbe che l’impianto sta inquinando l’aria, e di conseguenza per permettere di continuare l’attività produttiva è richiesto necessariamente di porre in essere le prescrizioni richieste, misure di tipo ambientali che servono a far sì che l’attività svolta sia compatibile con un livello della qualità dell’aria che sia salubre e non nuoccia ai cittadini. Ma quindi all’impianto cosa succede? Viene chiuso? No, per ora non succede niente dal punto di vista industriale. Questo sequestro condizionato dà 15 giorni di tempo all’azienda per accettare di mettersi in regola con un cronoprogramma degli adeguamenti. O in alternativa l’industria ha dieci giorni di tempo per presentare ricorso al Tribunale del Riesame. Inoltre la ditta ha la possibilità di chiedere una proroga, per fare le proprie perizie e verifiche per i propri esperti e valutare se le richieste della magistratura sono corrette e accettabili o se è il caso di fare ricorso in base ai propri dati. In tutto questo periodo non succede nulla all’impianto. Che tempi ci sono perché si capisca se ci sono rischi o no? Per questi casi non ci sono termini prefissati, ma mi sembra verosimile che entro l’estate si arrivi a una risoluzione. O l’azienda accetta già subito le prescrizioni della magistratura, o se ci sarà ricorso io credo che comunque in poche settimane il Riesame si pronuncerà. Il che vuol dire che poi o l’azienda avrà avuto ragione o si adeguerà. Solo nel caso in cui le venga dato torto e rifiuti di adeguarsi allora può succedere che vengano a mancare le condizioni per proseguire l’attività produttiva. È un rischio concreto? Un caso simile all’Ilva? Assomiglia all’Ilva per quanto riguarda gli aspetti della necessità degli adeguamenti alla compatibilità ambientale, ma ci sono anche molte differenze. Con l’Ilva, oltre a tutta un’altra serie di noti problemi di altro genere, c’era stata una violazione della autorizzazione ambientale, mentre qui non se ne parla. Per quanto riguarda l’entità del rischio, io non lo so, però mi sembra che qui si tratti prevalentemente di odori e di necessità di filtri. Come funzionano queste norme in Italia rispetto al resto d’Europa? Il diritto ambientale è comunitario, quindi le normative ambientali funzionano allo stesso modo in tutta la Ue. Quella che è diversa è la procedura penale, per cui qui da noi esistono e sono spesso utilizzate queste misure cautelari come il sequestro condizionato, mentre in Europa si sarebbe entrati subito nel merito, coinvolgendo dal primo momento l’impresa nello studio dei problemi e delle soluzioni. Da noi invece la magistratura supplisce rispetto ai pubblici poteri (questo è un caso che forse doveva essere affrontato dalla Pubblica amministrazione) e in questo modo le imprese si trovano coinvolte solo a cose fatte.

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